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pardo | 18 Marzo, 2009 08:06
| di Ilan Pappe * |
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La mia visita di ritorno a casa in Galilea è coincisa con l’attacco genocida israeliano contro Gaza. Lo stato, attraverso i suoi media e con l’aiuto del mondo accademico, ha diffuso una voce unanime - persino più forte di quella udita durante l’attacco criminale contro il Libano nell’estate del 2006. Israele è ancora una volta divorata da una furia sacrificale che traduce in politiche distruttive nella Striscia di Gaza. Questa autogiustificazione spaventosa per l’inumanità e l’impunità non è soltanto sconcertante, ma è un argomento sul quale soffermarsi se si vuole comprendere l’immunità internazionale per il massacro che infuria a Gaza. E’ anzitutto fondata su bugie pure e semplici trasmesse con una neolingua che ricorda i giorni più bui dell’Europa del 1930. Ogni mezz’ora un bollettino d’informazioni su radio e televisione descrive le vittime di Gaza come terroristi e le uccisioni di centinaia di persone come un atto di autodifesa. Israele presenta sé stessa al suo popolo come la vittima sacrificale che si difende contro un grande demonio. Il mondo accademico è reclutato per spiegare quanto demoniaca e mostruosa è la lotta palestinese, se è condotta da Hamas. Questi sono gli stessi studiosi che demonizzarono l’ultimo leader palestinese Yasser Arafat nel primo periodo e delegittimarono il suo movimento Fatah durante la seconda intifada palestinese. Ma le bugie e le rappresentazioni distorte non sono la parte peggiore di tutto questo. Quello che indigna di più è l’attacco diretto alle ultime tracce di umanità e dignità del popolo palestinese. I palestinesi di Israele hanno mostrato la loro solidarietà con il popolo di Gaza e ora sono bollati come una quinta colonna nello stato ebraico; il loro diritto a restare nella loro patria viene rimesso in dubbio data la loro mancanza di sostegno all’aggressione israeliana. Coloro che hanno accettato - sbagliando, secondo la mia opinione, di apparire nei media locali sono interrogati e non intervistati, come se fossero detenuti nelle prigioni dello Shin Bet. La loro apparizione è preceduta e seguita da umilianti rilievi razzisti e sono sottoposti all’accusa di essere una quinta colonna, un popolo fanatico e irrazionale. E ancora questa non è la pratica più vile. Ci sono alcuni bambini palestinesi dei Territori Occupati curati per cancro negli ospedali israeliani. Dio sa quale prezzo devono pagare le loro famiglie per poterli ricoverare. La radio israeliana va ogni giorno negli ospedali per chiedere ai poveri genitori di dire agli ascoltatori israeliani quanto è nel suo diritto Israele nel suo attacco e quanto demoniaco sia Hamas nella sua difesa. Non ci sono confini all’ipocrisia che una furia sacrificale produce. I discorsi dei generali e dei politici si muovono in modo erratico tra gli autocompiacimenti da un lato sull’umanità che l’esercito mostra nelle sue operazioni “chirurgiche” e dall’altro sulla necessità di distruggere Gaza una volta per tutte, naturalmente in un modo umano. Questa furia sacrificale è un fenomeno costante nella espropriazione israeliana, e prima ancora sionista, della Palestina. Ogni azione, sia essa la pulizia etnica, l’occupazione, il massacro o la distruzione è stata sempre rappresentata come moralmente giusta e come semplice atto di autodifesa commesso da Israele suo malgrado nella guerra contro la peggior specie di esseri umani. Nel suo eccellente volume “I risultati del sionismo: miti, politiche e cultura in Israele”, Gabi Piterberg esamina le origini ideologiche e la progressione storica di questa furia. sacrificale. Oggi in Israele, dalla destra alla sinistra, dal Likud a Kadima, dall’accademia ai media, si può ascoltare questa furia sacrificale di uno stato che è molto più indaffarato di qualsiasi altro stato al mondo nel distruggere e nell’espropriare una popolazione nativa. E’ molto importante esaminare le origini ideologiche di questo modo di comportarsi e derivare, dalla sua larga diffusione, le conclusioni politiche necessarie. Questa furia sacrificale costituisce uno scudo per la società e per i politici in Israele da ogni biasimo o critica esterna. Ma ancora peggio, si traduce sempre in politiche di distruzione contro i palestinesi. Senza nessun meccanismo interno di critica e senza nessuna pressione esterna, ogni palestinese diventa un obiettivo potenziale di questa furia. Data la potenza di fuoco dello stato ebraico può soltanto finire in più massicce uccisioni, massacri e pulizia etnica. L’assenza di una qualsiasi moralità è un potente atto di auto-negazione e di giustificazione. Ciò spiega perché la società israeliana non può essere modificata da parole di saggezza, di persuasione logica o di dialogo diplomatico. E se non si vuole usare la violenza come mezzo di opposizione, c’è soltanto un modo per andare avanti: sfidare frontalmente questa assenza di moralità come una ideologia diabolica tesa a nascondere atrocità umane. Un altro nome per questa ideologia è Sionismo e l’unico modo di contrastare questa assenza di moralità è il biasimo a livello internazionale del sionismo, non solo di particolari politiche israeliane. Dobbiamo cercare di spiegare non solo al mondo, ma anche agli stessi israeliani che il sionismo è un’ideologia che comporta la pulizia etnica, l’occupazione e ora massicci massacri. Ciò che occorre ora non è tanto una condanna del presente massacro. ma anche la delegittimazione dell’ideologia che ha prodotto tale politica e la giustifica moralmente e politicamente. Speriamo che importanti voci nel mondo possano dire allo stato ebraico che questa ideologia e il comportamento complessivo dello stato sono intollerabili e inaccettabili e che, sino a quando persisteranno, Israele sarà boicottato e soggetto a sanzioni. Ma non sono ingenuo. So che anche il massacro di centinaia di innocenti palestinesi non sarà sufficiente per produrre questa modificazione nella pubblica opinione occidentale; è anche più improbabile che i crimini commessi a Gaza muovano i governo europei a mutare la loro politica nei confronti della Palestina. Ma noi non possiamo permettere che il 2009 sia un altro anno, meno significativo del 2008, l’anno di commemorazione della Nakba, che non sia riuscito a realizzare le grandi speranze che noi tutti avevamo, per la sua potenzialità, di trasformare il comportamento del mondo occidentale verso la Palestina e i palestinesi. Pare che persino il più orrendo dei crimini, come il genocidio a Gaza, sia trattato come un evento separato, non connesso con nulla di ciò che è già avvenuto nel passato e non associato ad una ideologia o a un sistema. In questo nuovo anno, noi dobbiamo tentare di riposizionare l’opinione pubblica nei confronti della storia della Palestina e dei mali dell’ideologia sionista come i mezzi migliori sia per spiegare le operazioni genocide come quella in corso a Gaza sia per prevenire cose peggiori nel futuro. Questo è già stato fatto, a livello accademico. La nostra sfida maggiore è quella di trovare un modo efficace di spiegare le connessioni tra l’ideologia sionista e le politiche di distruzione del passato con la crisi presente. Può essere più facile farlo mentre, in queste terribili circostanze, l’attenzione mondiale è diretta ancora una volta verso la Palestina. Potrebbe essere ancora più difficile quando la situazione sembra essere “più calma” e meno drammatica. Nei momenti “di quiete”, l’attenzione di breve durata dei media occidentali metterebbe ai margini ancora una volta la tragedia palestinese e la dimenticherebbe sia per gli orribili genocidi in Africa o per la crisi economica e per gli scenari ecologici apocalittici nel resto del mondo. Mentre i media occidentali non sembrano molto interessati alla dimensione storica, soltanto attraverso una valutazione storica si può mostrare la dimensione dei crimini commessi contro i palestinesi nei sessanta anni trascorsi. Perciò il ruolo degli studiosi attivisti e dei media alternativi sta proprio nell’insistere su questi contesti storici. Questi attori non dovrebbero smettere di educare l’opinione pubblica e, si spera, di influenzare qualche politico più onesto a guardare ai fatti in una prospettiva storica più ampia. Allo stesso modo, noi possiamo essere in grado di trovare un modo più adeguato alla gente comune, distinto dal livello accademico degli intellettuali, per spiegare chiaramente che la politica di Israele - nei sessanta anni trascorsi - deriva da un’ideologia egemonica razzista chiamata sionismo, difesa da infiniti strati di furia sacrificale. Nonostante l’accusa scontata di antisemitismo e cose del genere, è tempo di mettere in relazione nell’opinione pubblica l’ideologia sionista con il punto di riferimento storico e ormai familiare della terra: la pulizia etnica del 1948, l’oppressione dei palestinesi in Israele durante i giorni del governo militare, la brutale occupazione della Cisgiordania e ora il massacro di Gaza. Come l’ideologia dell’apartheid ha spiegato benissimo le politiche di oppressione del governo del Sud-Africa, questa ideologia – nella sua variante più semplicistica e riflessa, ha permesso a tutti i governi israeliani, nel passato e nel presente, di disumanizzare i palestinesi ovunque essi fossero e di combattere per distruggerli. I mezzi sono mutati da un periodo all’altro, da un luogo all’altro, come ha fatto la narrazione che ha nascosto queste atrocità. Ma c’è un disegno chiaro che non può essere solo fatto oggetto di discussione nelle torri d’avorio accademiche, ma deve diventare parte del discorso politico nella realtà contemporanea della Palestina di oggi. Alcuni di noi, in particolare quelli che si dedicano alla giustizia e alla pace in Palestina, inconsciamente evitano questo dibattito, concentrandosi, e questo è comprensibile, sui Territori Palestinesi Occupati (OPT) - la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Lottare contro le politiche criminali è una missione urgente. Ma questo non dovrebbe trasmettere il messaggio che le potenze occidentali hanno adottato volentieri su suggerimento israeliano, che la Palestina è soltanto la cisgiordania e la Striscia di Gaza e che i palestinesi sono solo la popolazione che vive in quei territori. Dovremmo estendere la rappresentazione della Palestina geograficamente e demograficamente raccontando la narrazione storica dei fatti dal 1948 in poi e richiedere diritti civili e umani eguali per tutte le persone che vivono, o che erano abituati a vivere, in quella che oggi è Israele e i Territori Occupati. Ponendo in relazione l’ideologia sionista e le politiche del passato con le atrocità del presente, noi saremo in grado di dare una spiegazione chiara e logica per la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Sfidare con mezzi non violenti uno stato ideologico che si autogiustifica moralmente, che si permette, con l’aiuto di un mondo silenzioso, di espropriare e distruggere la popolazione nativa di Palestina, è una causa giusta e morale. E’ anche un modo efficace di stimolare l’opinione pubblica non soltanto contro le attuali politiche genocidarie a Gaza, ma, si spera, anche a prevenire future atrocità. Ancora più importante di ogni altra cosa ciò dovrebbe far sfiatare la furia sacrificale che soffoca i palestinesi ogni volta che si gonfia. Ciò aiuterà a porre fine alla immunità dell’occidente a fronte dell’impunità di Israele. Senza questa immunità, si spera che sempre più la gente in Israele cominci a vedere la natura reale dei crimini commessi in loro nome e la loro furia potrebbe essere diretta contro coloro che hanno intrappolato loro e i palestinesi in questo ciclo non necessario di massacri e violenza. *Ilan Pappe (http://ilanpappe.com) insegna nel Dipartimento di storia dell’Università di Exeter, Inghilterra |
pardo | 19 Febbraio, 2009 07:46
giovedì 19 febbraio dalle 20.30 al Circolo ARCI Caracol
in Via Battichiodi 6 (traversa di via S.Francesco) - Pisa
all'appello dell' UAAR
monsignor Pardo Fornaciari
sua eminenza Matteo Fusaro
don Marco del Giudice
propongono
Il Buon Senso - Omaggio al libero pensiero
Un omaggio al libero pensiero attraverso letture dal Manuale de'Confessori di S.Alfonso de'Liguori
illustrato da canzoni di Georges Brassens e del repertorio anticlericale, allegro e popolare.
Spuntini (prenotarsi: 3200597630) dalle 20.30, spettacolo dalle 22.

pardo | 16 Febbraio, 2009 10:55
pardo | 13 Febbraio, 2009 17:24
pardo | 13 Febbraio, 2009 09:58
Giocare un derby senza tifosi è come amare una donna e non potersi fare
avanti, non soffrire ne' gioire con lei, guardarla da lontano e
lasciarla andar via. Il derby di sabato prossimo all'Arena Garibaldi
fra Pisa e Livorno, che purtroppo sarà disputato senza gran parte dei
tifosi, avrà questo triste sapore. Eppure i tifosi non fanno male al
calcio. Noi tutti ci siamo innamorati delle maglie e delle bandiere,
del tifo e degli sfottò che da sempre condiscono il mondo del pallone e
che in genere traggono origine dal sano campanilismo, non dal rancore o
dalla malafede.
Anche la storia dei giornalisti livornesi aggrediti nelle aree stampa
dello stadio di Pisa il 17 febbraio 2002, in occasione dell'ultimo
derby giocato a Pisa prima di questo, in fin dei conti, avrebbe avuto
tutto un altro significato se ai giornalisti prima offesi e poi
aggrediti, quindi sottoposti a offese in diretta televisiva da dei
colleghi, fosse stato riconosciuto il giusto onore, fosse stata resa la
dignità. Invece, nel goffo tentativo di giustificare
l'ingiustificabile, prima si è cercato di far passare i malcapitati
come coloro che provocarono gli incidenti (sic!) e poi si è calato su
questa vicenda un velo di inaccettabile silenzio.
Tanto che sette anni dopo, ora che le disposizioni di Maroni sono
riuscite nel miracolo di mettere d'accordo le due tifoserie, ci pare
doveroso ricordare quella brutta pagina di cattiva informazione in cui
i primi a sbagliare furono le istituzioni giornalistiche, Ordine
professionale ed Associazione stampa, che non spesero neppure una
parola di solidarietà verso chi quel giorno poteva rimetterci la pelle
e in secondo luogo buona parte della stampa locale che ha giudicato i
cronisti livornesi senza dar loro voce.
Ammesso e non concesso che uno di loro, come fu detto, abbia fatto
davvero il gesto del medio a un tifoso locale, sono da ritenersi
comunque accettabili due o tre aggressioni (in parte registrate da
immagini televisive) e attacchi verbali di colleghi poco lucidi? Noi
crediamo di no. Perché non si tratta, in casi come questo, di sani
sfottò e di campanilistiche tenzoni ad armi pari, ma di una mala
informazione e di una malafede che, sia pisana o livornese non importa,
va rimandata al mittente. Conforta il fatto che in questi giorni in cui
le tifoserie amaranto e nerazzurra si sono ritrovate unite in piazza a
manifestare, in definitiva, per la sopravvivenza del calcio, non pochi
amici tifosi del Pisa abbiano con noi condiviso l'idea di questa
lettera. E sul campo, vinca il migliore!
Marco Ceccarini, Pardo Fornaciari e 12 altre firme
pardo | 12 Febbraio, 2009 23:10
Il massacro di Gaza è un altro esempio di ciò che lei definisce lo “iato tra la realtà e la rappresentazione” dell’occupazione e della pulizia etnica della Palestina?
Sì, penso di sì. I media continuano a descrivere questa realtà come se ci fosse stata una guerra fra due eserciti, come se ci fossero due parti uguali, come se ci fosse stato un confronto militare; questo è ciò che viene rappresentato. In realtà si è trattato di un esercito che ha attaccato i civili, una popolazione senza difesa. Invece di descriverle come operazioni di pulizia etnica, operazioni di genocidio, si parla di guerra. E credo che il massacro di Gaza abbia ricevuto lo stesso trattamento già offerto in tutta la storia del conflitto.
Lei ha scritto che oggi non occorre soltanto la condanna del massacro di Gaza, ma la delegittimazione dell’ideologia sionista. Questo perché il sionismo comporta in sé la pulizia etnica, l’occupazione e i massacri?
Credo che soltanto quando la società israeliana e lo Stato israeliano si lasceranno alle spalle l’attuale ideologia, che disumanizza i palestinesi, e che non prevede nessun posto per i palestinesi in Palestina, soltanto quando questa ideologia razzista sarà scomparsa ci sarà una vera possibilità per la pace e la riconciliazione. Se noi ci limiteremo a condannare Israele per questa o altre politiche non cambierà nulla e nel prossimo futuro assisteremo ad un nuovo ciclo di violenze.
Quanto è importante la prospettiva storica per conoscere e per far conoscere la dimensione dei crimini commessi dal colonialismo israeliano in Palestina?
Credo sia molto importante rifarsi alla storia per poter capire ciò che soffre il popolo palestinese, e come in realtà è iniziato il conflitto. C’è una vasta demonizzazione della parte palestinese ed una mistificazione dei fatti che, a partire dal progetto colonialista avviato alla fine del diciannovesimo secolo, hanno visto i palestinesi combattere contro questa colonizzazione, cosa che fanno ancora oggi. Questo non significa idealizzarli né dire se siano buoni o cattivi; è soltanto una realtà che occorre accettare.
E’ sempre più auspicabile l’ipotesi dello Stato unico e democratico in Palestina?
Oggi molti che ancora credono nella soluzione dei due Stati si rendono ora conto che è impossibile, anche se a loro piace l’idea. Sarà molto lungo il viaggio per arrivare a creare uno Stato democratico, visto il punto in cui siamo…ma credo sia l’unica ipotesi positiva per il bene sia dei palestinesi sia degli israeliani.
Nei giorni del massacro sono state tante le mobilitazioni al fianco del popolo palestinese. In Italia è stata rilanciata la campagna di boicottaggio dell’economia di guerra israeliana; può essere un valido strumento come lo fu contro l’apartheid in Sud Africa?
Si, credo che possa avere una funzione molto positiva; è uno strumento ispirato proprio dalle lotte contro l’apartheid in Sud Africa e può avere gli stessi effetti. Lancia un messaggio dall’interno della società che queste politiche e ideologie non sono accettate, e spinge a cambiare queste politiche nella direzione di un vero processo di pace.
Quanto è difficile essere un intellettuale israeliano contro l’occupazione?
Non è difficile, nel senso che i palestinesi soffrono molto di più, a causa degli israeliani. Più che altro è frustrante, è come parlare a un sordo. Non c’è dialogo, non c’è contatto. E’ questa la difficoltà. Soltanto questa.
pardo | 10 Febbraio, 2009 15:38
pardo | 09 Febbraio, 2009 13:27
In molti hanno chiesto alla redazione di Axteismo come ci si SBATTEZZA e ci si CANCELLA dalla sètta della Chiesa cattolica. Facilissimo! Ecco il modulo fac simile da compilare e spedire alla parrocchia. Non è necessario spiegare al prete motivazioni o cose simili. Egli deve soltanto eseguire e soddisfare la tua richiesta entro 15 (quindici) giorni dalla ricezione della raccomandata. Tu richiedente dovrai ricevere una lettera nella quale il prete dichiara l'avvenuta cancellazione dalla sètta della Chiesa cattolica. Se il prete facesse il furbo o lo gnorri non esaudendo la richiesta può essere denunciato alla Procura della Repubblica. Se il prete affiggesse nella bacheca pubblica parrocchiale la tua richiesta di SBATTEZZO-CANCELLAZIONE dalla sètta della Chiesa cattolica, come una sorta di messa al bando, può essere denunciato alla Procura della Repubblica con relativa richiesta di risarcimento danni subiti e gli si può fare un esposto alla magistratura in base alla Legge sul Diritto alla Privacy. Il tempo della caccia alle streghe e agli eretici è finito! Fa' girare questo modulo tra i tuoi amici e conoscenti così apprenderanno anche loro che basta un semplice foglio di carta per chiudere per sempre coi preti-stregoni-vescovi-maghi-cardinali-cartomanti-papi del Vaticano e con la loro "sètta malefica e perniciosa" come affermavano Giuseppe Flavio, Plinio il Giovane e Svetonio, togliendo loro alla radice e per sempre il potere che, con inaudita arroganza e violenza, si sono presi da soli.
**************************
Raccomandata A/R
data: ……/ ……/ …..…
Al Parroco della parrocchia di:
………………………………………….
indirizzo:……………………………….
cap……….. città ……………………….
OGGETTO: Istanza ai sensi dell'art. 7 del Decreto Legislativo n. 196/2003.
Io sottoscritto/a ……………………………………., nato/a a ……………………………. il ………………….. e residente a …………………………………………………………………….. ,
con la presente istanza, presentata ai sensi dell'art. 7, comma 3, del Decreto Legislativo n. 196/2003, mi rivolgo a Lei in quanto responsabile dei registri parrocchiali.
Essendo stato sottoposto/a a battesimo nella Sua parrocchia, in una data a me non nota ma presumibilmente di poco successiva alla mia nascita, desidero che venga rettificato il dato in Suo possesso, tramite annotazione sul registro dei battezzati, riconoscendo la mia inequivocabile volontà di non essere più considerato/a aderente alla setta religiosa denominata “Chiesa cattolica apostolica romana”.
Chiedo inoltre che dell'avvenuta annotazione mi sia data conferma per lettera, debitamente sottoscritta.
Segnalo che, in caso di mancato o inidoneo riscontro alla presente istanza entro 15(quindici) giorni, mi riservo, ai sensi dell'art. 145 del Decreto Legislativo n. 196/2003, di rivolgersi all'autorità giudiziaria o di presentare ricorso al Garante per la protezione dei dati personali.
Dichiaro di rinunciare fin da subito a qualsivoglia pausa di riflessione o di ripensamento in ordine; avverto che considererò ogni dilazione come rifiuto di provvedere nel termine di legge (15giorni, ai sensi dell’art. 146, comma 2, del D. lgsn. n. 196/2003) e che quindi ricorrerò immediatamente all’autorità giudiziaria o al Garante per la tutela dei dati personali, qualora Lei illegittimamente differisse l’annotazione richiesta ad un momento successivo al quindicesimo giorno dal ricevimento della presente.
Ciò,in ottemperanza del Decreto Legislativo n. 196/2003 (che ha sostituito, adecorrere dall’1/1/2004, la previgente Legge n. 675/1996), in ossequio al pronunciamento del Garante per la protezione dei dati personali del 9/9/1999 ed alla sentenza del Tribunale di Padova depositata il 29/5/2000.
Si diffida dal comunicare il contenuto della presente richiesta a soggetti terzi che siano estranei al trattamento, e si avverte che la diffusione o la comunicazione a terzi di dati sensibili può configurare un illecito penale ai sensi dell’art. 167 del D.lgs. n. 196 del 2003.
Si allega fotocopia del documento d'identità.
Distintamente.
Firma ………………………………..
Mittente:
………………………………………………………
pardo | 09 Febbraio, 2009 09:40
La mia vita tutto sommato è stata fortunata, almeno sinora. Sono contento di quasi tutto quello che ho fatto; di qualcosa vado anche fiero. Una delle fortune maggiori è stata quella di aver conosciuto di persona l’anarchico Goliardo Fiaschi.
Dopo l’arresto, il 27 ottobre del 1969 alla questura di Pisa,m’avevano rinchiuso nell’infermeria del carcere di Lucca, dove la mattina del giorno dopo mi risvegliai tutto indolenzito. Ma non per la durezza del pancaccio. Goliardo venne allo spioncino, mi chiamò, mi chiese chi ero cosa facevo lì per cosa m’avevan messo dentro, ed al mio diniego di dargli informazioni (non gli dissi nulla perché non lo conoscevo ancora, poteva essere una spia) si congratulò con un complimento che m’è rimasto stampato nel cuore:«Si vede che sei di pasta buona, fai bene a stare zitto» e mi regalò una caramella, un gesto banalissimo, ma che mi aiutò a darmi coraggio. Ho avuto la fortuna, anzi l’onore di condividere la detenzione con questa persona, di un coraggio morale indiscutibile: a 13 anni aveva falsificato la carta di identità per apparire più anziano ed essere accettato fra i partigiani della III brigata Garibaldi “Costrignano”, divisione“Modena”.
Ho avuto però la sfortuna di vivere nello stesso tempo in cui un prete, poi vescovo e ora capoprete rinnega il suo passato negando di averlo mai vissuto. Era un ragazzino, cerca di discolparsi, lo facevano tutti,era impossibile ribellarsi…
Joseph Ratzinger era di 3 anni più vecchio di Goliardo Fiaschi. Entrambi vivevano sotto un regime fascista. Uno ha avuto la forza morale di scegliere di battersi contro il fascismo, quell’altro vedeva i prigionieri languire ai lavori forzati, e la sua carità cristiana non gli ha saputo ispirare né ribellione né ripulsa, ma la caparbia determinazione di perseguire il cursus honorum.
Il papa Ratzinger a 16 anni in divisa da Hitlerjugend

Goliardo Fiaschi a 14 anni sfila a Modena liberata

Pardo Fornaciari
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